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Tanto tempo fa, quando ero al Ginnasio, il Professore
di Greco ci assegnò una versione da tradurre. L’autore era Lisia, un avvocato
grande arringatore, una specie di Cicerone greco, che a volte si perdeva in
difficili locuzioni, molto difficile da tradurre. Infatti tutta la classe trovò
molta difficoltà nello svolgere il compito assegnato. E io mi ricordo un senso
d’angoscia, perché le proposizioni non venivano, le parole sembravano esatte,
ma se le mettevi insieme niente funzionava. Il giorno della presentazione era
vicino, lo sforzo lasciava spazio alla paura e alla rassegnazione: se mi
interroga sarà una catastrofe. Ora non so se per qualche influenza collettiva,
ma per un motivo che non so, l’esposizione della versione fu ritardata, per
lasciare spazio alle solite frasette quotidiane. Nessuno si sognò di ricordare
la tremenda versione di Lisia, e così la posticipazione durò un trimestre, e
ancora oltre. Certo, ogni lezione in tutti c’era la paura che il Professore
pronunciasse le ferali parole: Lisia!! Tutti più o meno andammo avanti per
molti mesi sempre con questa sottile paura e con i fogli della sbilenca
traduzione tra i quaderni. Quando qualche lembo di quei fogli faceva capolino un
senso di preoccupazione ci prendeva profondamente, un’inquietitudine che solo
chi ha provato le paure scolastiche può capire. Poi , dopo un bel po’ di
mesi, non so in che occasione, qualcuno chiese che fare di quella versione e il
Professore rispose: non fa niente, abbiamo le frasi, lasciate perdere. Un senso
di liberazione ci pervase e ci riempì di felicità, la crudele versione che
aveva tormentato i nostri dormiveglia era svanita, che
sollievo! Eppure , ancora oggi, dopo tanti anni, a volte, mi
sveglio di soprassalto, e sono turbato da qualcosa che mi aspetta, qualcosa che
non posso derogare, che agita il mio sonno e fa zoppicare la mia veglia, una
scadenza , un appuntamento sgradito; penso alla mia agitazione, e capisco cos’è,
lo capite anche voi, vero? : la morte. |